
"La morale, nella vita, viene prima di ogni calcolo.
La stessa politica, secondo Aristotele, e una branca della morale.
Per un politico, insomma, la vita pubblica è anche morale pubblica.
Ciò posto, mi sembra impossibile restare in carica in caso di condanna".
Totò Cuffaro, L'Opinione, 9.11.2007
di Giovanni Di Benedetto
Lo avevamo lasciato meno di un anno fa con la sua coppola che faceva capolino dagli scranni compiacenti di una delle tante emittenti locali asservite al suo sistema di potere. Allora era stato spavaldo ed accattivante, esuberante e giocherellone, con quel piglio astuto e furbesco che partecipa quasi naturalmente del sovversivismo delle nostre classi dirigenti meridionali. E che rende simpatica e divertente a una buona parte dell'opinione pubblica siciliana quella scaltrezza un po' rozza e un po' plebea che appartiene ad ogni vero uomo di potere. Abbiamo da subito riconosciuto, dietro la tracotanza grossolana e la baldanza aggressiva di quelle immagini, la grandezza che si celava in quella magistrale lezione da grande comunicatore. E ne abbiamo denunciato i rischi e i pericoli. Oggi, dopo la condanna a cinque anni e l'interdizione dai pubblici uffici per la durata della pena per favoreggiamento semplice e rivelazione di segreti d'ufficio, le immagini televisive ci offrono un Cuffaro redento: nelle interviste televisive, lasciatasi alle spalle la figura trionfante, grassoccia e paciosa del padrino con la coppola, si sforza di apparire commosso, contrito e quasi dimidiato, sfinito dal tormento, afflitto e tribolato, devoto ai suoi santi e alle sue madonne. La stessa liturgia del fistino a base di cannoli, spumante e pasticcini, pur nella sua scandalosa fenomenologia, non va derubricata a un ingenuo passo falso, ma associata ad una sorta di rito liberatorio col quale una vittima ha ragione di una perversa macchinazione persecutoria. Cuffaro, proprio perché avrebbe manifestato rispetto e lealtà nei confronti della Giustizia, viene alla fine sollevato dall'accusa più grave e infamante, quella di avere favorito Cosa Nostra.Purtroppo per lui, ma soprattutto per noi, questa pantomima, che ancora una volta il nostro presidente della Regione ha saputo interpretare in modo magistrale, non risponde alla realtà dei fatti. Ma non importa, ciò che conta è la sua capacità di penetrare capillarmente nel profondo dell'immaginario collettivo del popolo siciliano, modellandolo a propria immagine e somiglianza e procurando al tessuto etico e civile della già abbondantemente martoriata società siciliana guasti e danni irreparabili. E così, in un capolavoro di mistificazione cinico e astuto, Totò vasa vasa diventa la vittima di una congiura ordita alle sue spalle dalla magistratura e dai suoi sciacalli, una trama che ha come scopo quello di screditarlo e sottrargli quel legittimo potere che è stato in grado di guadagnarsi da quando, nel 1991, è stato eletto per la prima volta all'Assemblea Regionale. Ecco l'agnello sacrificale da offrire all'invidia vendicativa di quanti si ostinano a non accettare il peso e la responsabilità politica che il destino gli ha offerto: Cuffaro è sempre stato un maestro nel pescare a piene mani dal repertorio della religiosità popolare. Quanta raffinata perizia e che ingegno sofisticato nel capovolgimento dei fatti. E tra un brindisi e un pasticcino, la pervicace volontà di autoassolversi davanti alla legge, al popolo siciliano e alla storia.Ma carta canta, e la verità è un'altra, molto più cruda e tragica. La sentenza di condanna, come commenta anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, dimostra l'esistenza delle talpe e del favoreggiamento. "È rimasto provato il favoreggiamento da parte del presidente della Regione di singoli mafiosi come Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Greco, Aiello e Miceli, senza che tutto ciò fosse ritenuto sufficiente per supportare l'accusa di aver favorito Cosa Nostra nel suo complesso." Non il complesso dell'organizzazione quindi ma i suoi singoli appartenenti. Questione metafisica, dai distinguo vertiginosissimi e dalle sfaccettature ambigue. Valutazioni tecnico-giuridiche si dice, secondo le quali un conto è favorire i singoli mafiosi e un conto è condividere con l'intera associazione di Cosa Nostra condotte e finalità.Potremmo stare a disquisire per secoli, senza cavare un ragno dal buco, sulla differenza tra il sostegno ai singoli mafiosi e quello eventuale all'intera organizzazione, e nel mentre Totò vasa vasa continua ad abbuffarsi a pasticcini e non solo. Come se si potesse fare astrazione dal sostenere la mafia in toto senza passare per un aiuto sempre mediato e individualizzato a quell'appartenente o affiliato di Cosa Nostra. Come se, per sancire l'oggettiva convergenza di interessi illeciti e di obiettivi criminali, occorresse preventivamente dirselo esplicitamente, suggellando da entrambe le parti, magari dinnanzi gli spalti di una affollatissima tribuna, un patto del disonore finalizzato a delinquere. No, la mafia non si può ipostatizzare facendone un monolite astratto, una sostanza metempirica avulsa dal contesto siciliano. Essa, viceversa, vive delle relazioni individualizzate, prospera sul legame particolare, attecchisce lì dove al bisogno si risponde con una logica clientelare e personale. In questa arte, che trova per ogni singolo problema e per ogni istanza particolare una risposta sempre pronta sul piano dei favori e non su quello universale della garanzia di diritti di cittadinanza, risiede, se così possiamo dire, la colpevolezza di Cuffaro.
Il cuffarismo è il terminale di un blocco di potere che tutela interessi ben individuabili, che alimenta ingiustizia e disuguaglianza, che soffoca in una cappa di potere l'intera Sicilia. Vale per la sanità come per la gestione dei fondi europei, per l'affare sui rifiuti come per quello della privatizzazione dell'acqua. Quanti saranno, centomila, cinquecentomila, un milione, i siciliani beneficiari che vivono di prebende, che a causa del bisogno sono costretti a elemosinare un contratto da precario, che sono vincolati dal legame dell'appartenenza, che sono collocati in quel consiglio d'amministrazione dell'Ato o in quell'altro consorzio di bonifica? Un sistema di potere che si serve di funzionari dello Stato come informatori, di speculatori i cui raggiri ricadono inevitabilmente sulle spalle dei contribuenti, che per prosperare ha bisogno di soggettività che, pur nell'ambito della legalità, possono favorire consulenze e supporti. È quella zona grigia di professionisti ed esperti che hanno a cuore la tutela legale, di consulenti che si occupano di investimenti e riciclaggio, di tecnici ed esponenti della burocrazia e delle amministrazioni negli enti locali, di politici, imprenditori e professionisti. Denaro, affari e bisogni, i tasselli magici di un puzzle che procura raccomandazioni e promozioni, favori e avanzamenti di carriera, aggiudicazioni di appalti e incarichi prestigiosi. Un sistema dalla logica geometrica e stringente, che privilegia le amicizie alle capacità e l'appartenenza al merito, e che ha raggiunto un livello di pervasività oramai soffocante e in grado di coinvolgere tutti senza escludere più nessuno.
Se allora davvero vogliamo mandare a casa Cuffaro dobbiamo prendere consapevolezza del fatto che il governatore rappresenta l'espressione di un blocco di potere che sta precipitando la Sicilia e i siciliani nel baratro dell'emergenza sociale e del sottosviluppo. Con un preoccupante e drammatico balzo all'indietro la nostra terra è stata ricacciata nella spirale dell'arretratezza e della povertà. Il solo racket delle estorsioni costa annualmente, nella regione, più di un miliardo di euro, circa 1,3 punti percentuali del prodotto lordo regionale. Ancora, si guardi in rassegna l'ultima indagine Istat sulla distribuzione del reddito e sulle condizioni di vita delle famiglie italiane, indagine dalla quale risulta che le famiglie siciliane sono le più povere del paese con un reddito annuo di 16.658 euro contro la media nazionale di 27.736. Per non parlare del fatto che la Sicilia è penultima in Italia relativamente agli standard europei di competitività, è la regione con il maggior numero di precari nel settore della ricerca ed ha carenze infrastrutturali che la relegano fra i paesi fanalino di coda dell'Unione Europea. Occorre ripartire da qui, dalla consapevolezza che la responsabilità di Cuffaro, oltre ad essere stata acclarata da una condanna a cinque anni, risiede nell'avere costretto, direttamente o indirettamente, tanti giovani all'emigrazione, tanti uomini e donne al precariato e al lavoro nero, tanti onesti siciliani alla mortificazione che si cela dietro la supplica di un favore e la richiesta di una raccomandazione. Mentre all'altro capo della piramide sociale una ristretta casta di privilegiati e ingannatori ingrassa e arricchisce spudoratamente. Come spudorata e sfrontata è l'ostentazione di quel festeggiamento. E che quei cannoli .possano fargli acitu.
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