martedì 22 gennaio 2008

Un Paradosso tutto Siciliano.

di Maurizio Miliziano


Siamo in presenza di una crisi del sistema politico italiano. Basta ricordare la condizione della Campania, la condizione della Sicilia, è nello stesso tempo si avverte la sensazione che la Campania è la Sicilia viaggiano parallelamente verso l’illegalità. Si registrano due fenomeni a mio parere, di una gravità enorme: gli applausi a Montecitorio agli attacchi contro i magistrati e l’arroganza di un favoreggiatore di mafiosi che condannato a 5 anni rimane a presiedere la Regione Siciliana. Altro che 92 mi verrebbe da dire… io credo che siamo in presenza di un tentativo di mortificare la realtà e la verità, e la legalità rischia di annegare in una crema di ricotta per cannoli, perdendo ogni possibilità di credibilità nazionale ed internazionale. Prendo le mosse da un libro “I Padroni della Città” di Curzio Maltese. Si parla del chirurgo Giuseppe Guttadauro in una delle sue giornate nel salotto di casa, nel cuore della Palermo bene a due passi di via Libertà. Lì andava in scena la doppia vita di un grande borghese di oggi: la mattina il medico riceveva politici, imprenditori, prelati, finanzieri parlando loro con un italiano colto e cerimonioso. Il pomeriggio, come a teatro, si cambiava scena: nello studio entravano estorsori, speculatori, killer. Giuseppe Guttadauro era capo mandamento di Brancaccio, il quartiere simbolo della mafia. Forse qualcuno non sa che a nominarlo capo mandamento fu proprio Totò Reina in persona. Questo Guttadauro aveva il pallino della sanità. Un giorno, Guttadauro manda la moglie sottocasa a comprare una delle tante borse presso il negozio Luis Vuitton, nello stesso pomeriggio si invita l’amico Mimmo Miceli, anche lui medico ed ex allievo al policlinico ma con l’ambizione di far politica. Riporto dal libro: - Guttadauro: politicamente comu semmu misi. - Miceli: sono stato da Totò ieri sera. Pò essiri che a Totò gli propongono la candidatura a presidenti da regioni. Guttadauro: iddu è u candidatu. Iddu sulu po futtiri a ollandu (Orlando).
Le cose sono andate come ha detto il boss Guttadauro, Totò Cuffaro diventò governatore. Io credo che questi personaggi citati in questo testo con riferimento alle elezioni regionali del 2001 sono tutti presenti in questa vicenda processuale, nella quale i magistrati hanno ritenuto di dovere incriminare il presidente della regione, è, insieme con lui alcuni esponenti mafiosi segnatamente: Guttadauro, piuttosto che Miceli per il 378 comma 2 cpp. Forse è opportuno ricordare che il 378 prevede i reati di favoreggiamento. Il primo comma qualunque tipo di favoreggiamento: fovoreg. per omicidio, per furto, per rapina. Il secondo comma prevede il favoreggiamento collegato al reato di mafia (416 bis). I capi di imputazione che si riferiscono al presidente della Regione Sicilia si riferiscono all’art 378 comma 2, in particolare alla sua attività di favoreggiamento nei confronti di Aiello, Miceli, Guttadauro, Aragona nonché Ciuro e Riolo. Di questi sei, ben 2 erano già stati ritenuti mafiosi con sentenza definitiva. Gli altri due vengono ad essere giudicati mafiosi in questo recente processo.Quindi, sostanzialmente siamo in presenza di un presidente della regione che favorisce ben quattro mafiosi oltre che i due ufficiali infedeli. Questa è stata la richiesta della procura è, questa è stata la condanna. Da questo punto di vista siamo in presenza di una situazione gravissima: di una condanna a 5 anni con interdizione permanente dai pubblici uffici. Passo agli aspetti Paradossali di questa vicenda. Primo aspetto - Se la regione siciliana fosse un’impresa e Cuffaro fosse un’imprenditore, non potrebbe avere il certificato antimafia previsto per legge. Però Cuffaro come presidente della regione chiede il certificato Antimafia a chi vorrà avere rapporti con la regione. E’ se è vero, che confindustria con una scelta etica coraggiosa ha dichiarato di voler espellere dalla propria organizzazione coloro che, non che sono solamente condannati, ma gli imprenditori che hanno semplicemente rapporti con la mafia, ci troviamo di fronte ad uno scarto enorme di tensione etica tra confindustria e la politica e le istituzioni da essa rappresentati nella nostra regione. Secondo aspetto – Se la condanna che è stata applicata a Salvatore Cuffaro fosse stata applicata nei confronti di un dipendente regionale, così come a qualsiasi dipendente pubblico, sarebbe stato sospeso subito dal servizio. Io credo che sia veramente singolare, che il vertice di una struttura burocratica sia nelle condizioni nelle quali, se fosse un dipendente della stessa struttura sarebbe sospeso. Cuffaro, per chi non lò sa, è anche consigliere regionale. Come è noto la legge n 55 del 1990 all’art. 15, poi modificata sostanzialmente da T.U. degli enti locali del 2000 prevede la sospensione per condanne per favoreggiamento personale e reale in collegamento con il 416 bis. Inoltre prevedendo una apposita procedura promossa dalla procura della repubblica o dal Tribunale competente.Una procedura che prevede, appunto, una trasmissione al commissario dello Stato e da esso per la presidenza del consiglio dei ministri sentiti i pareri del ministro degli interni e del ministro per le regioni e enti locali con un finale decreto di sospensione. Parimenti ha anche gli stessi poteri sospensivi il presidente della regione nei confronti di un consigliere regionale. Paradossalmente Totò Cuffaro che sospende se stesso da consigliere. Assurdità della legge!
In questa vicenda abbiamo assistito alle prese di posizioni del giorno ante la sentenza, cioè il 17 giovedì, è al silenzio del giorno dopo. Il giorno prima della sentenza, il Prof. Pitruzzella, che peraltro come è noto è consulente nella regione siciliana, diceva: “è pacifico che della disposizione discende la sospensione di Cuffaro o almeno dalla carica di consigliere regionale. Non si sono notate posizioni il giorno dopo. Altro aspetto – Mi riferisco alla confusione tra la dimensione di fede con la dimensione di illegalità. Io credo che sia un insulto alla chiesa è a quanti credono. Questo uso assolutamente strumentale della preghiera, della veglia, è lo è a maggior ragione se pensiamo che in questa nostra realtà abbiamo avuto grandi insegnamenti come quello del cardinale Pappalardo, grandi testimonianze di sacerdoti, il sacrificio di padre Pino Puglisi, i movimenti dei focolari con l’invito alla politica a darsi un codice etico. Mi permetto di ricordare nei confronti di un condannato per aver favorito Guttadauro capocosca di Brancaccio che è esattamente la cosca che ha ucciso padre Puglisi. Credo che da questa vicenda di Cuffaro abbiamo assistito ad una violazione di un precetto: “ Non nominare il nome di Dio invano”. Troppe volte si strumentalizza questo precetto. Credevo che appartenesse ad un passato lontano ormai spazzato via dal magistero di Papa Giovanni Paolo II nell’indimenticabile discorso tenuto ad Agrigento. O ancora, ricordare i discorso che il cardinale Pappalardo tenne durante la conferenza dei vescovi nel 94 dichiarando e affermando che essere la mafia “struttura di peccato” , esattamente equivalente al 416 bis cioè, si commette reato per la semplice appartenenza all’organizzazione mafiosa, ancorché non si commettono altri reati specifici. Parimenti appartenere alla mafia è peccato ancorché non si commette altri reati specifici. Spero, è credo che stia uscendo fuori una rabbia violentissima da parte della società civile, una ribellione che parte dal basso per riappropriarci dei nostri diritti calpestati è violentati dall’attuale classe politica. Spero che avvenga presto. Io ci sarò!

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