mercoledì 30 aprile 2008

W il 1° Maggio..


Ad Est vuole celebrare il primo maggio e lo fa proponendovi stralci di una intervista realizzata da Elina Giglione al Senatore Salvatore Di Benedetto* (Tratta dalla Tesi di laurea: "Salvatore Di Benedetto: La storia non si racconta ma si fa....").

Ad Est vuole così omaggiare chi del nostro paese ha fatto una bandiera ancora troppo alta per essere ammainata dai nuovi corsari armati di cannoli.



- Senatore Di Benedetto, vorrei insieme a lei ripercorrere il suo vissuto politico e non, provando magari ad esorcizzare l’autorevolezza e ad entrare nella quotidianità.
Siamo nel 1929, partecipando all’organizzazione di un fronte unito antifascista (FUAI) in Sicilia, viene assegnato al confino di polizia prima in Eritrea e poi nell’isola di Ventotene.
Come rivede adesso quell’esperienza fatta all’età di diciotto anni?


Quando si è giovani e si viene colpiti da cose di questo genere ci si sente importanti, le sventure si considerano una importanza perché in questo periodo della vita non si vede il peggio della pena,ma si vede invece la particolarità dell’avvenimento. Sono stato tre anni al confino in Eritrea, non c’era la polizia che mi controllava, mi lamentavo con i poliziotti che c’erano lì, volevo lavorare ma là c’era solo da spaccare le pietre. Ho pure una fotografia dove io facevo lo spaccapietre, era per uccidere l’inettitudine. Come si fa ad essere confinato senza un incarico, senza niente, mentre in Italia quando si era confinati si lavorava. Non so se l’hanno fatto per rispetto perché allora mio padre era sindaco del paese e magari avrà avuto un’influenza sottile… Mio padre non apparteneva a nessun movimento politico, ma per circa 20 anni fu sindaco del paese. La nostra casa era molto frequentata. Soltanto con l’avvento del fascismo mio padre diventò sempre più cupo e a chiudersi in sé, finì per non uscire più di casa.


- Come mai un ragazzo che, come lei, proveniva da una famiglia borghese ha voluto avvicinarsi al fronte antifascista? Cosa o quale evento ha fatto maturare in lei questa scelta?


Le leggo alcune pagine de “La protesta del popolo delle due Sicilie” di Luigi Settembrini. “Una mattina io passavo in via Assunzione a Chiaia, dove era il palazzo abitato dal ministro Del Carretto: ecco venire correndo a furia la carrozza coi soliti cavalli sbuffanti e il solito insolente cocchiere: entra nel portone e, mentre il ministro smonta, corrono a lui una donna e quattro fanciulli vestiti a bruno, tenendo tra le mani una carta chiedendo qualche cosa. Il ministro si ferma e dà ordine ai servi di scacciarla, e fu villanamente scacciata la povera donna e quei suoi figlioletti pallidi e sbalorditi: ella pianse, prese per mano i piccini e andò via. Io non seppi mai chi era quella donna, ma a quello spettacolo mi sentii rimescolare tutto il sangue, e dissi tra me: “ne farò vendetta!”. Corsi a casa, presi le carte che stavo scrivendo, mi ci misi sopra con nuovo ardore, e non lo lasciai più se non quando ebbi compiuto la Protesta del popolo delle due Sicilie…”. E prosegue: “ Sono ventidue anni che le due Sicilie sono schiacciate da un governo che ci ha imbestiati e che non vuol vedere, non vuole udire e ci ha finalmente stancati. Né vi è speranza di avvenire men reo. Onde a quei popoli sventurati non resta altro partito che ricorrere alla suprema ragione delle armi, ma prima che giunga il giorno terribile dell’ira è necessario che essi si prestino al cospetto di tutta Europa, anzi al cospetto di tutti gli uomini civili. Diremo… quante scelleraggini, quante ladronerie, quante infamie si fanno in ciascun ministero e in tutte le branche dell’amministrazione; scopriremo le nostre piaghe, narreremo i nostri dolori, che sono immensi, insopportabili, indicibili. Se in quel giorno terribile si trasmoderà, nessuno ci biasimi, nessuno ci consigli moderazione.”

Dal 1847, da quando Luigi Settembrini scrisse la sua Protesta, è passato oltre un secolo. Il destino del mondo è andato avanti. L’equilibrio del mondo sconvolto e rinnovato. I tiranni di allora, relegati nella storia, hanno ceduto il passo ad altri tiranni. È rimasto il sopruso, la prepotenza, lo sfruttamento, il delitto, la guerra dei potenti, la sofferenza del popolo. Ma la miseria si è mutata in povertà, la supplica in contestazione, lo scontento in azione di lotta. Questa la genesi del come divento comunista…perché non potevo sopportare questa povertà, tutta questa miseria… Oltretutto alla descrizione di Luigi Settembrini della Napoli dell’anno 1847 corrisponde, come precedente storico, la situazione dell’altra parte del regno delle due Sicilie, intorno alla metà del seicento: esattamente due secoli prima. Una storia diversa da quella del napoletano perché diverse le caratteristiche delle rispettive popolazioni, peculiari le strutture ed estremamente incidente sulla vita sociale il perdurante sistema feudale. Esemplari i sommovimenti di popolo, concentrati nelle grandi città siciliane a partire dal seicento. Sorgeva sulla base di una condizione antica e di un pensiero nuovo l’idea di un socialismo insorgente spontaneamente, non ancora collegato alla sistematica scientifica di una ideologia. Un socialismo contadino emerso dal cuore arido del feudo e dalla violenza ottusa e statica della repressione padronale. La Sicilia aveva uomini singoli che uscivano dalle profondità della società, che non erano soltanto dei rivoluzionari, erano anche degli amici dei contadini, degli sfruttati, uomini come Nicola Aloni, Giovanni Zangara, Bernandino Verro, Giuseppe Rumore, Lorenzo Panepinto sino a Placido Rizzotto, Epifanio Li Puma ed altri ancora, (una lunga catena, sin oltre la seconda metà del novecento), che rappresentano una formazione dell’anti-capitalismo, non si può dire anti-fascismo perché allora non c’era ancora il fascismo, si formò subito dopo sulla base delle clientele padronali.


- A distanza di tanti anni, come vede il suo operato politico, le sue scelte politiche… Come le giudica ad oggi?


Il mio passato politico mi riempie di tenerezza, come se tutti i dirigenti anti-fascisti e anti-statali di allora fossero dei ragazzi, (beh qualcuno aveva anche quaranta/cinquanta anni), ma erano dei ragazzi!. Era la prima volta che sperimentavano questa lotta. E questo è molto importante perché ti dà la misura di quello che si poteva fare e di quello che non si poteva fare, di quello che si faceva per maturare la coscienza politica e di quello che non si poteva fare per evitare errori politici.


- Analizzando l’odierna situazione politico-sociale dell’Italia, quale giudizio si sente di dare o quale bilancio può fare?


l’Italia, con tutti i difetti che abbiamo e tutte le nuove formazioni politiche, è solo una formazione in progresso di fronte a quello che ci siamo lasciati alle spalle. Ora abbiamo un Berlusconi che ci comincia a far ridere perché molti non ci credono ancora che questo qui è un turlupinatore, tuttavia è un turlupinatore che però ha dei successi… La società italiana è ancora giovane, non è sperimentata in modo da saper distinguere il politico dall’avventuriero. Berlusconi non è un politico, è un avventuriero che fa gli affari suoi; la gente ancora non ci crede, il popolo non è ad oggi non è così maturo da poter capire quello che è giusto da quello che giusto non è, però si avvia. Ormai c’è la maggioranza e c’è la minoranza, quelli che governano l’Italia oggi sono dei nuclei di minoranza privilegiata, non sono più i baroni, i marchesi o i principi, ma sono gli eredi dei baroni, dei marchesi, dei principi, quelli che posseggono i feudi lasciati dai padri, dai nonni ecc…

Il disfacimento di questa società è dovuta anche all’inesperienza del popolo e all’inesperienza anche dei politici. Comunque sia bisogna lottare sempre, cercare di migliorare il mondo in cui viviamo per sé e per i propri figli. Una battaglia infinita, la battaglia nostra quotidiana, anche se poi soltanto i ricordi sopravvivono…forse dovrei concludere ma non voglio…concludere vuol dire finire e invece la storia ed i valori della resistenza non devono finire mai e devono essere portati avanti come esempio di pace e uguaglianza tra i popoli.


*Salvatore Di Benedetto (Raffadali, 19 novembre 1911Raffadali, 1 maggio 2006) . insegnante, partigiano, deputato italiano e Sindaco di Raffadali per oltre 30 anni. È stato uno dei personaggi più rappresentativi della generazione che si oppose al fascismo e che dopo aver combattuto la lotta partigiana, si impegnò nella costruzione della Repubblica).

Materiale inedito. Può essere utilizzato liberamente, con l'unica accortezza di citare la fonte. www.gaetanoalessi.blogspot.com

2 commenti:

Rosario ha detto...

a ke ora è la manifestazione a raffadali??

totò frenda ha detto...

il primo maggio è una delle poche feste feste che mi emoziona tanto. è la festa di chi con le proprie mani, la testa, il cuore, i sacrifici e la forza riesce ad essere ancora più nobile. w i lavoratori, w il primo maggio.