venerdì 25 aprile 2008

W IL 25 APRILE



Intervista a Vittoria Giunti*


Signora Vittoria, ogni storia ha una sua genesi, un suo sviluppo e una sua speranza; lei, che ha attraversato da protagonista i momenti più bui e più esaltanti del secolo scorso, ci spieghi cosa spinse una ragazza della borghesia toscana ad affrontare la clandestinità diventando una partigiana comunista.


Vedi la mia famiglia era una famiglia borghese, di professionisti, medici, professori, mio papà ingegnere, un alto funzionario delle ferrovie, io ho avuto un’infanzia felice divisa tra Firenze e le colline toscane, dove c’era la casa di campagna del nonno; nella campagna del nonno c’era una biblioteca e in questa biblioteca c’era una vetrina in cui era esposta una medaglia d’argento che il mio bisnonno aveva ottenuto come garibaldino, risale, come vedi, molto indietro nel tempo, in un ottocento risorgimentale, quell’ideale, l’atmosfera di libertà che si respirava nella mia famiglia; l’atmosfera dicevo ottocentesca risorgimentale e liberale nel senso più vero della parola, una cultura rispettosa di tutte le opinioni , nel senso critico, non nel significato negativo che danno a questa parola, ma nel senso di giudizio e di rispetto dell’altrui opinioni. Questa educazione che ho avuto è stata nel suo essere un’educazione autenticamente antifascista, nel senso oggettivo della parola, nel senso di vissuta democrazia. Questa è una delle radici della ragione della mia partecipazione alla vita civile, l’altra è Firenze. La Firenze in cui ogni mattina, quando andavo a scuola, incontravo Dante, Michelangelo, Giotto, incontravo soprattutto il segno del libero comune, delle lotte anche furiose per la conquista di una libertà civile che anticipava, di tanti secoli, le libertà che qui in Sicilia sono state conquistate così tardi, compreso la rottura dei vincoli del feudalesimo.

L’altra radice è la sorte fortunata che io ho avuto d’incontrare poi, quando la mia famiglia da Firenze si è trasferita a Roma, delle persone che mi hanno orientato decisamente verso quelle posizioni politiche che poi ho seguito per tutta la vita. Ho avuto la fortuna di studiare al Liceo Tasso dove c’erano, anche nel clima fascista, forti fermenti di discussione, di discussione antifascista, con quegli spiragli di libertà che sempre si trovano anche nei regimi dittatoriali. Certo le ragioni della nostra critica del regime fascista non erano le stesse motivazioni che possono spingere un operaio, il vivere in una condizione di fabbrica o comunque di lavoro subalterno porta direttamente alla scoperta del meccanismo di sfruttamento delle società non solo capitalista, ma anche di una società di regime quale era il fascismo. Queste ragioni di carattere economico non spingevano noi, spingevano noi delle ragioni ed esigenze di carattere morale, culturale, perché era veramente indegno il modo con cui si soffocavano i diritti della democrazia. La demagogia sfacciata, gli strumenti più volgari per ottenere il consenso della gente, si opponevano decisamente al nostro modo di essere. Unito a quelle condizioni che più volte abbiamo ricordato, l’assoluta impossibilità di approvvigionamento dei testi, degli strumenti, la censura, la proibizione non solo dei libri politici e di carattere economico, ma l’occultamento dei romanzi dell’intera letteratura americana ed europea, l’impossibilità di ascoltare quella che era la musica dei giovani di allora, il blues, il jazz, delle forme così oppressive non potevano che spingere noi su queste posizioni di antifascismo, di critica all’antifascismo. Da questo ci fu poi il passaggio di moltissimi di noi all’adesione al Partito Comunista, un passaggio voluto, io ricordo benissimo l’incontro con quelli che poi sono diventati dirigenti del Partito, Pietro Ingrao, Pietro Amendola, Mario Alicata, Claudio Bufalini, tutti nomi dentro i quali io vedo dei volti di compagni amici con i quali abbiamo poi per anni combattuto tante battaglie, le abbiamo combattute nel nome del Partito Comunista, una parola che oggi viene riempita di significati negativi sbagliando,perché si dimentica che cosa, soprattutto in Italia, ha voluto significare questa parola, per masse enormi di persone che in questa parola hanno trovato il loro riscatto. Voglio ricordare questo: quando per la prima volta sentii questa parola io non la rifiutai, ma dissi: è un utopia! E tale io l’ho sempre considerata nonostante nel nome di questa utopia io abbia combattuto la guerra di Resistenza. Ho incontrato queste persone, persone giovani che cercavano come me una strada per il riscatto dell’Italia e di quelle masse popolari umiliate da questo consenso passivo al regime fascista; come ho incontrato questi miei compagni ho detto “se loro sono comunisti è giusto che io lo sia”. Il Pci era l’unica forza che combatteva effettivamente il fascismo, lo ha combattuto con tutte le forze, alleandosi anche con gli altri partiti o movimenti, ma diventando una forza motrice. Ha combattuto la guerra di resistenza e ha combattuto soprattutto tutte le lotte per portare queste masse popolari alla democrazia, contrariamente a quanto purtroppo oggi si dica, stupidamente e ignobilmente, falsando la storia.


Signora Vittoria c’è stato un periodo particolare durante la resistenza in quale avete capito che si poteva vincere?


Sempre! Non ti nascondo che all’inizio mi sembrava utopico leggere nel fogliettino, così piccolo così breve, che rappresentava il giornale clandestino dell’Unità che pubblicavamo, frasi trionfalistiche come “ il fascismo cadrà!”. Mi sembrava ingenuo tanto era il consenso, tanta era la forza del regime. Eppure potrei ricordare un episodio: una notte eravamo in un angolo di Piazza Venezia spettatori, volutamente, nel giorno nel quale fu dichiarata la guerra; ricordo la frase di Vittorini: ”Questa è la fine del Fascismo”. Intuivamo che questa guerra disperata, che poi diventò la spaventosa seconda guerra mondiale, non avrebbe vinto non poteva vincere, non poteva vincere quello che oggi chiameremmo “l’impero del male”, quella era la nostra speranza e un’intuizione politica e così fu infatti, e di volta in volta quelle parole, che sembravano ingenue, si rivelarono vere. Abbiamo parlato tante volte della guerra di resistenza, ma una cosa non mi stancherò mai di dire, la forza che ci ha permesso di vincere è stata la partecipazione corale della popolazione a questa guerra. Lo ricordo in modo particolare perché altrimenti non avrei trovato la forza di andare avanti in quei tanti momenti nei quali, attraversando l’Italia per portare le comunicazioni dalla direzione di Roma a quella di Milano, mi trovavo completamente sola, in quei tratti di linea ferroviaria che era stata bombardata, che se non avessi sentito dentro di me la forza e l’appoggio della gente probabilmente mi sarei arresa, ma in quei momenti la speranza la faceva da padrona, la stessa speranza che ci ha portato il 25 aprile del ‘45 a festeggiare la liberazione d’Italia.


*Tratto dal libro "Vittoria - una storia comunista" di Gaetano Alessi e Elina Giglione - La foto è di Andrea Casà - Il materiale può essere utilizzato liberamente previo l'autorizzazione dell'autore.


Vittoria Giunti - Toscana - Partigiana comunista- Ha fatto parte di numerose e importanti commissioni nazionali post Resistenza. Componente della commissione nazionale per il voto alle donne. Direttrice della casa della cultura a Milano (quando la casa della cultura a Milano era un cenacolo dove si incontravano poeti come Quasimodo). Primo Sindaco donna della Sicilia nel 1956 a Santa Elisabetta. Madre spirituale di Ad Est. Si è spenta il 2 giugno del 2006 a Raffadali (AG)(in coincidenza delle celebrazioni della Festa di quella Repubblica che aveva contribuito a realizzare).



4 commenti:

totò frenda ha detto...

E' anche grazie a te che oggi possiamo gridare ancora più forte quando ci vogliono tappare la bocca e quando ci vogliono sopprimere. Nel cuor mio non smetterò mai di ringraziare Te e la gente che ha combattuto la Resistenza perchè mi trasmettete la forza per tenere alta la testa, gridare i miei pensieri e non solo. Grazie ancora una volta. "...o Partigiano portami via perchè sento di morir..."

lefteca ha detto...

Il caso ha voluto che Totò Di Benedetto se ne sia andato per il 1 maggio e Vittoria Giunti per il 2 giugno. due ricorrenze importanti per la Sinistra e per l'Italia.

Oggi e sempre resistenza

Anonimo ha detto...

bellissima intervista
paolo

Anonimo ha detto...

Che tristezza, Raffadali, passata dalla nobiltà di Vittoria Giunti all'ingordigia di Totuccio Cannolo.
Mi sento esule a casa mia, ma non maledico la solitudine: sono orgoglioso di non insozzarmi nel conformismo abbietto e degradato del mio ex paese.
Non so se liberare l'Italia dal condizionamento fascista è stato più facile che liberare oggi la Sicilia dal condizionamento del clientelismo scientifico e dall'asservimento al potere in cambio di una miseria o di un favore illegale.
vincenzo lombardo