mercoledì 15 giugno 2011

Riflessioni post referendum..

Giovanna Lo Bello

L'articolo 75 della Costituzone Italiana recita 'E' indetto il referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedano cinquecentomila elettori o Cinque consigli regionali […] La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi'

L'articolo 75 della Costituzione è stato redatto nel 1948 quando la popolazione italiana era attorno ai 40.000.000 di soggetti, ad oggi siamo circa 60.000.000, ecco che il numero di cinquecentomila firme appare quantomeno risicato. Sul fatto poi che cinque consigli regionali si facciano promotori di una proposta referendaria non stiamo nemmeno a disquisire.

Per quanto mi riguarda un referendum dovrebbe essere proposto alla popolazione solo e soltanto quando, dopo lungo studio e dibattito, i nostri rappresentanti politici non riescano in alcun modo a trovare una soluzione; non credo al ricorso al referendum alla prima difficoltà di organizzazione politica. In questo modo l'Istituto si impoverisce nel significato e fallisce, così come è accaduto nelle ultime occasioni prima di quella odierna.

Oggi assistiamo al raggiungimento di quel famoso quorum necessario acchè il referendum possa esser valido, ma ciò non è, a mio avviso, figlio di un reale senso civico che ha portato gli elettori alle urne, quanto al clima politico ormai sull'orlo della pazzia in cui l'Italia si trova negli ultimi anni.

Il raccogliere cinquecentomila firme è oggi, più che nel 1948, anacronistico; sarebbe meglio, se proprio necessario, richiedere una percentuale di firme calcolata sulla base del numero degli elettori. Ciò che però ritengo più inutile è la necessità del raggiungimento del quorum. Con la raccolta delle firme abbiamo già uno sbarramento che, se superato, porta alla tornata referendaria; il dover anche raggiungere un numero minimo di elettori significa applicare un secondo sbarramento, cosa che rende ancor più complicato ricorrere al referendum.

Nelle elezioni politiche vince chi raccoglie più voti. Punto. Perchè non può essere così anche in occasione dei refrendum? A prescindere da queste riflessioni ciò che più mi fa specie è il fatto che questi referendum, ancor più delle ultime amministrative, sono diventati lo specchio della delusione e del senso di assoluta inadeguatezza nei confronti del governo attuale.

E questo è triste. Nel senso che se siamo arrivati al punto che per gridare che di questa situazione di nani e ballerine noi italiani non ne possiamo più dobbiamo servirci di strumenti al caso secondari, significa che l'intero istituto politico italiano è finito. Non si tratta di destra o di sinistra. Si tratta di esser capaci di gestire la Res Publica. E coloro che noi abbiam delegato rappresentarci non sono in grado di farlo. Questa è la consapevolezza più pesante. E ancor più pesante è percepire indifferenza diffusa alla situazione, se non chiacchierarne al bar davanti ad un caffè.

La mia speranza è che questa sensazione di soddisfazione che oggi proviamo, al di là del 'sì' e del 'no' venga ricordata alla prossima tornata di elezioni politiche, quando, mi auguro, vengano da un lato proposte persone davvero degne a rappresentarci e dall'altro ci porti a votare con testa e cuore ben funzionanti.

2 commenti:

Giuseppe Macrì ha detto...

C'è da aggiungere una considerazione, con l'esistenza del "quorum" e la politica attuale, la battaglia a un referendum non è + fra i si e i no, ma è fra i si e gli astenuti, così facendo il voto non è più segreto, e in alcuni paesi del territorio italiano può comportare problemi. Pensate a referendum sulla fecondazione assistita in un paesino ultra religioso chi va a votare e lo vedono i bigotti poi potrebbe non lavorare +... o un referendum sul 41 bis in una zona ad alta densità mafiosa, come fai a votare in piena libertà?

Marcella ha detto...

Ottima osservazione! baciox