Andrea Trapani x Ad Est on line
Nella splendida sala dello Stabat Mater, in una delle biblioteche più caratteristiche di Bologna, ho avuto il piacere di seguire l’incontro introduttivo di un seminario sulla necessità del dialogo tra sapere scientifico e humanae litterae. Il titolo dell’incontro, “classico o scientifico”, sembra proporre un aut aut tra le due aree del sapere. Questo intervento sull’ attento blog del compagno Gaetano nasce proprio da questa concezione diffusa che chi si occupi di Scienza non è necessario sappia quali siano i fondamenti della nostra res publica , o su quali fondamenta ideali poggi la nostra società. Il termine “scienza”, infatti, designa ormai solo un sapere pratico, legato indissolubilmente allo sviluppo tecnologico e orientato verso il futuro mentre il termine “classico” sembra riguardare solo lo studio (inutile ai fini pratici) del passato.Bene in realtà non è ovunque così e non dovrebbe essere così. L’importanza di questo dibattito dovrebbe essere chiara a tutti, anche se in realtà non lo è per nulla. Il nocciolo della questione è che un giovane può uscire con debito nelle materie prettamente letterarie (e quindi sconoscere cosa sia stata la rivoluzione francese), iscriversi alla facoltà di Ingegneria e continuare per tutta la sua vita a ignorare, ad esempio, che un discorso sulla moratoria della pena di morte (per restare attuali) era stato già fatto dal Beccaria nel XVIII secolo. Che un cittadino italiano non abbia la coscienza del pensiero, delle idee sulle quali si fonda questa Italia è alquanto nocivo per l’esistenza stessa della società e della democrazia.
Un esempio della gravità della situazione lo si ritrova nel dibattito politico sul perché pagare le tasse e nelle intenzioni di scioperi fiscali che hanno accompagnato la fine della bella stagione (non c’è qualcosa di più deprimente in una democrazia del fatto che i suoi esponenti politici mettano in discussione il fondamento stesso dello Stato). La domanda da porsi è quindi come siano possibili simili discussioni: proviamo a fare un esercizio di immaginazione.Immaginate un luogo lontano in cui vive il nostro ipotetico Popò. Popò va a scuola e, se ha la sfortuna di essere nato al Sud, riceverà una istruzione più scadente della già inadeguata istruzione del Nord . Il giovane Popò, una volta che si è diplomato al liceo scientifico (conoscendo ben poca matematica e nulla, o quasi, di filosofia e storia) decide di proseguire gli studi in una facoltà scientifica o meglio ancora decide di prendere una qualche laurea breve che gli apra subito le porte al mondo del lavoro. Nel frattempo Popò, che è sprovvisto di spirito critico di osservazione, viene bombardato dagli strumenti di distrazione di massa che lo educano a una vita fatta di piaceri facilmente raggiungibili, sogni che si possono avverare grazie a una vincita al lotto, belle ragazze e politici corrotti sui quali si sorride e si scherza, tanto votare è inutile visto che sono tutti uguali e comandano sempre loro. Al dottor Popò, laureato in vattelappescologia applicata con tanto di master e specializzazione, sarà abbastanza semplice fargli credere con convinzione che pagare le tasse sia sbagliato, che il problema è che gli immigrati voglio una nuova moschea, che sia necessaria una secessione del Nord avanzato dal Sud arretrato, che Andreotti sia innocente e persino che in fondo la mafia non esiste. In ogni caso, se non ci crede è sempre possibile e semplice distrarlo.Il problema è proprio questo: la scuola e le università dovrebbero formare dei cittadini coscienti e liberi, perché non c’è liberta senza cultura.
Per far ciò è necessario che il classico venga rivalutato a fondamento del progresso scientifico e tecnologico, perché se ieri ci siamo dovuti chiedere quando ha inizio la vita (mi riferisco al dibattito sulla fecondazione assistita), e abbiamo visto cosa ha prodotto relegare l’istruzione etica del cittadino al catechismo, un domani non troppo lontano potremmo trovarci a decidere sulla clonazione e sui suoi possibili risvolti positivi nella medicina.
Inoltre, a parte queste grandi questioni morali, dobbiamo chiederci se la nostra costituzione, che rappresenta la sintesi delle nostre concezioni politico-culturali, sia o no parte integrante del bagaglio culturale di ognuno di noi o se sia un semplice feticcio sempre più difficile da comprendere dalle generazioni future, cresciute all’ombra di un liberismo bigotto e un individualismo egoistico aggressivo che sta già oscurando la nostra società con la sua intolleranza.
Comunque è rincuorante che l’ateneo bolognese si stia interessando all’inadeguatezza dell’istruzione italiana e stia tentando, nei limiti della riforma, di fornire un sapere integrato e non una costellazione di saperi specialistici che non permettono di affrontare con disinvoltura i problemi cui un giovane oggigiorno si trova ad affrontare.
Andrea Trapani.
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